Ascolto della Parola

10/10/2013

Presentazione generale del libro dell'Apocalisse


Introduzione 

L’Apocalisse è se un libro di resistenza cristiana, scritto da un uomo profondamente credente che vuole aiutare la comunità cristiana a non perdere la fede nonostante la persecuzione di cui è vittima. Con il suo scritto l’autore non solo vuole aiutarla a interpretare la storia che si trova a vivere, ma anche contribuire a trasformare questa storia affinché corrisponda al progetto di Dio.

Detto questo, è bene che emerga fin da subito un dato importante e imprescindibile: la letteratura apocalittica trova la sua esatta collocazione in un contesto ben preciso: nasce sempre in momenti drammatici della storia di Israele e della Chiesa; momenti di oppressione e di perdita della libertà, di contrasto tra il bene e il male. C’è però un punto fermo ed essenziale: la certezza della vittoria di Dio. Quanto sia potente il male non ha importanza perché Jahwe comunque vincerà, il male sarà sempre sconfitto da Dio; e a vincere assieme a Dio sarà sempre anche il suo popolo. (continua)

1. La corrente Apocalittica

            La “stranezza del linguaggio” e la particolarità con la quale il libro si presenta non ne fanno un caso isolato. Il nostro libro appartiene ad una “famiglia letteraria” che va sotto il nome di letteratura Apocalittica. Tra le caratteristiche di questo genere letterario possiamo menzionare la preferenza accordata ad un linguaggio di tipo simbolico, che attribuisce un significato nascosto (da decifrare) ai numeri, ai colori, agli animali… Tale linguaggio non va evidentemente preso alla lettera , cioè, dando alle singole parole il significato immediato ma, va invece decodificato per poter essere compreso. Ricordando che attraverso questo genere letterario si intendeva consolare chi viveva in situazioni difficili, si comprende anche la necessità di trasmettere un messaggio in forma cifrata, comprensibile solo alle persone cui esso era destinato, ma non a tutti.

Inoltre, un’altra caratteristica di tale fenomeno é il dualismo in cui si oppongono in una continua lotta “bene” e “male”, Dio e Satana, la storia inquinata e perversa e un futuro trascendente e di salvezza. Dalle ceneri di questo mondo contaminato fiorirà il Regno del bene e della giustizia – liberazione per i giusti ora oppressi.

Nell’Antico Testamento troviamo esempi di tale corrente nei libri di Ezechiele (in particolare cap.40-48); Zaccaria (cap. 1-6; 9-14) e soprattutto il libro di Daniele. Nel Nuovo Testamento, oltre al nostro libro, troviamo tracce di simile genere in Mc 13 e paralleli sinottici (Lc 21, Mt 24), 2Tess 2, 1Cor 15,20-28.

Se dobbiamo collocare, senza alcun dubbio, il Libro dell’Apocalisse dentro l’ampio alveo dei “libri apocalittici” , va pur detto che esso in parte se ne distacca. Nonostante la prima parola con la quale si apre l'opera “Apocalisse (rivelazione) di Gesù Cristo”, l'autore fa sempre riferimento al suo testo, chiamandolo «profezia», sia nel prologo (1,3) sia nell'epilogo (22,7.10.18.19); egli stesso, inoltre si presenta come investito del compito profetico (cfr. 10,11; 19,10; 22,9). Con tale terminologia, tuttavia, non si intende la previsione del futuro, ma lo sforzo di leggere ed interpretare la storia alla luce della rivelazione divina. Quanto sottolineato fin’ora evidenzia un graduale movimento di evoluzione verificatosi all’interno della stessa corrente apocalittica che, con il passare degli anni, si qualifica, per certi aspetti, come l’erede del profetismo antico. L'opera da noi esaminata si presenta proprio come tale: una riflessione sulla storia ed il suo senso, un tentativo coraggioso di legare la fede alla vita, per capire il presente e poter progettare il futuro secondo l'ottica di Dio. Questo lavoro di discernimento viene fatto, soprattutto, con la rilettura dei testi biblici veterotestamentari, nell'ambito della celebrazione liturgica, per annunciare la Buona Notizia (Evangelo): nel mistero pasquale di Gesù Cristo, Dio ha portato a compimento le sue promesse.

 

2. L’ambiente in cui nasce l’opera

Le caratteristiche che qualificano le comunità cristiane alle quali sono indirizzate sette lettere (Cap. 2-3) ci aiutano a collocare il nostro scritto. La situazione descritta ben si concorda con il contesto politico, economico, sociale e religioso dell’Asia Minore (Efeso) alla fine del I secolo d.C. Verosimilmente possiamo dire che l’Apocalisse è stata composta attorno alla fine del regno dell’imperatore Domiziano (95 d.C. circa), in un momento in cui il rifiuto dei cristiani di tributare onori divini all’imperatore comportava gravi persecuzioni da parte del potere. Fin dall'inizio dell'Apocalisse emerge questo clima di difficoltà. (Ap 1,9: “Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione”).

Lo stesso soggiorno di Giovanni sull'isola di Patmos (1,9) non è volontario, ma obbligato da un’autorità contraria. Siamo alla fine del I sec. d.C, Pietro e Paolo sono già caduti vittime della giustizia imperiale.I cristiani che reagiscono pagano con la vita. A ciò si aggiungano la definitiva rottura di rapporti con il mondo giudaico, riorganizzatosi, dopo la caduta di Gerusalemme (70 d.C.), attorno alla Torah e al gruppo dei farisei. Dopo decenni di convivenza ora c'è uno scontro inconciliabile; é il momento di scegliere da che parte stare. Lo scontro sembra inevitabile (Ap 2,9: "Sinagoga di Satana"). Anche l’ambiente pagano è ostile e contrario: confusione dottrinale, esoterismo, magia, stile di vita agiato e consumistico rischiano ormai di contagiare i cristiani stessi. Se questi sono “i nemici” esterni al piccolo gruppo dei cristiani, non dobbiamo pensare che la situazione interna alla comunità fosse tutto “rose e fiori”. La piccola comunità cristiana vive tensioni e conflitti relazionali. (Varietà di sotto-gruppi in contrasto fra di loro; rischio di confusione dottrinale, eresie, ecc (cfr. dottrina dei Nicolaiti (2,15); profetessa Gezabele (2,20).

 

3. L’ambiente liturgico

In questa difficile situazione il libro dell'Apocalisse appare come una vera e propria opera di nuova evangelizzazione, cioè l'annunzio del messaggio evangelico ad una comunità che è già cristiana, ma che, per disparati motivi, entra in crisi di fronte a gravi novità che la sconvolgono.

Tale opera trova nella celebrazione liturgica il suo proprio ambiente vitale che ne illumina il contenuto e ne chiarisce il senso. I versetti introduttivi (1,1-8) mettono subito in risalto il rapporto che intercorre tra un lettore e un’assemblea in ascolto. Leggendo il testo, ci si accorge come davvero nessun altro libro biblico è così ricco di frammenti di celebrazioni liturgiche, gesti sacri (inchini, prostrazioni), azioni cultuali (battersi il petto, mettersi la polvere sul capo), preghiere, inni, azioni di grazie, processioni, adorazioni, confessioni di fede, formule liturgiche (amen, sanctus, alleluia), oggetti liturgici (libri, santuari, candelabri, altari, incenso, turiboli, lampade…), che manifestano una vera e propria liturgia, che percorre il libro dall’inizio alla fine.

A ciò si possono aggiungere cori celesti, canti dell’assemblea, strumenti musicali e religiosi; dialoghi liturgici; sacerdoti e fedeli che si prostrano, adorano, pregano e cantano. Il tutto collocato nello sfondo iniziale del libro “Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore” (1,10), cioè nella Domenica, il giorno della risurrezione di Cristo.

Nella celebrazione liturgica la comunità cristiana ricorda il passato salvifico degli interventi di Dio, vive al presente il suo dono di grazia e rinnova l'attesa ed il desiderio del compimento finale.

Fondata sulla fede nella morte e la risurrezione di Gesù, il gruppo di ascolto si impegna a leggere ed interpretare la propria storia nella luce del Risorto. A questo lo stimola ripetutamente l'autore con interventi diretti: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (2,7.11.17.29; 3,6.13.22; 13,9), «qui sta la costanza» (13,10b; 14,12), «qui sta la sapienza» (13,18; 17,9). La comunità è invitata ad entrare nelle visioni proposte, a comprenderne il senso e ad applicarlo concretamente alla propria realtà. Dunque, nel giorno di Domenica l'assemblea liturgica incontra il Cristo risorto (è questo il senso della prima visione: 1,9-20), vive l'esperienza dello Spirito (1,10; 4,2; 22,17) e comprende attivamente il senso della propria storia (illuminata e guidata dalla vittoria di Cristo).

Leggendo l'Apocalisse, ci si accorge di una dinamica in cui il lettore (l’assemblea, cioè la comunità credente) è chiamato ad entrare: c'è un evento storico (Cristo-Agnello, morto-risorto) che genera la parola (interpretazione dell'evento), che diventa liturgia (celebrazione). È proprio nella liturgia che l'assemblea entra nella dinamica dell'evento narrato, celebrato e vissuto.

Tutto il libro, illuminato da questa luce da cui non si può uscire – pena l’errata interpretazione del testo! - , vuole condurre i credenti ad “entrare” nell’orbita della vita e della vittoria di Cristo, coinvolgendoli nella sua stessa missione.

            Attraverso l’azione liturgica la comunità cristiana vive e partecipa della vittoria finale di Cristo sul male (Agnello vittorioso di cui parla il libro). Una vittoria che fa sentire i suoi effetti benefici – salvifici sulla storia presente (qui e ora della comunità che celebra), nonostante essa viva il tempo presente come tempo della prova, della persecuzione; della difficoltà alla fedeltà, dello smarrimento e del rischio dello scoraggiamento. Tutto ciò è riassunto nell’apparente superiorità del male (drago, bestia) sul bene (Agnello). Sarà proprio la vittoria di Cristo che precede l’azione dell’uomo ad essere garanzia, forza e luce nel presente con la certezza della vittoria futura e finale verso cui inarrestabile procede la storia. In questo triplice movimento l’oggi della Chiesa e del cristiano è il tempo, non solo della speranza – certezza futura di vittoria, ma tempo di conversione continua. La Chiesa, posta tra il già della realizzazione della salvezza operata da Cristo e il non-ancora della manifestazione finale, percorre il cammino del deserto temporale tra la Pentecoste e la Fine come visione diretta di Dio.

 

4. L’uso del simbolismo

L’altro aspetto, per una corretta lettura del libro, è l’uso che l’autore fa del linguaggio simbolico che, come abbiamo sottolineato, è anche la caratteristica tipica del genere letterario apocalittico. Familiarizzare con tale modo di esprimersi, che non è nuovo nella Bibbia - cfr. su tutti il libro di Zaccaria e Daniele - ci aiuta certamente a spogliarsi di quell’imbarazzo e senso di smarrimento che proviamo davanti al testo.

Dalle reminiscenze scolastiche, oltre che dall’esperienza quotidiana, sappiamo bene che il simbolo è un “segno”, cioè un’immagine, una realtà che rinvia ad un’altra realtà oltre a sé. (Una rosa donata alla persona che amo nel giorno dell’anniversario vuole esprimere “qualcosa” che va oltre la rosa stessa). Per poter comunicare, però, i segni devono essere compresi; ciò significa che l’autore e il lettore devono parlare la stessa lingua, altrimenti si giunge solo a fraintendimenti e l’opera fallisce il proprio obiettivo.

            Come prima cosa domandiamoci perché l’autore usa il linguaggio simbolico anziché quello realistico. Almeno tre possono essere i motivi principali.

 

Per la realtà trascendente dì cui si parla, che di per sé sfugge al “linguaggio concettuale”. Difficilmente si può parlare del mondo di Dio, della sua azione nella storia ecc, con un linguaggio fatto di concetti razionali. La forza dell'immagine offre ai lettori maggiore forza suggestiva rivelandosi più adatto per esprimere una realtà trascendente, sia essa di segno positivo che negativo, che sfugge di per sé, in qualche misura, alle capacità umane. (D’altronde anche Gesù per parlarci di sé e di Dio usa immagini quali: Padre, Luce, Vita, Via …).

 

E’ il “mezzo” scelto e ritenuto più idoneo dall’autore per presentare ciò che caratterizza la storia degli uomini. La Teologia e la visione della storia che da questa lettura ne derivano, non devono essere assolutizzate, ma vanno messe accanto alle altre teologie del NT.

 

Il linguaggio simbolico sprigiona una sua forza propria che tende a coinvolgere tutta la persona: intelligenza, fantasia, emotività.

L’ambito liturgico, dal quale ha origine l’opera e che si deve tener presente quando si legge questo libro, favorisce questo coinvolgimento “Beato chi legge e beati coloro che ascoltano” (1,3).

E’ un aspetto prioritario della liturgia quello di stimolare i partecipanti a vivere da protagonisti ciò che celebrano. Il linguaggio simbolico aiuta indubbiamente in questo: chi ascolta deve prestare attenzione, meditare, fermarsi in silenzio, comprendere, prendere una decisione che guidi la vita, custodire quanto vissuto nella liturgia per continuare a riflettere in vista del discernimento da operare nella realtà quotidiana.

Un ulteriore vantaggio del simbolo è la dimensione universale che lo rende sempre attuale nel tempo. Proprio in quanto simboli, tutte le immagini dell'Apocalisse hanno una portata universale e comunicano il messaggio cristiano in una dimensione cosmica valida per tutti i tempi e tutte le situazioni storiche. Il compito fondamentale della comunità che ascolta l'Apocalisse è proprio quello di compiere il processo di attualizzazione ed adattamento alla propria concreta situazione, senza sostituire il simbolo con una formula concettuale o una identificazione storica. Il simbolo deve rimanere simbolo; comunica solo se rimane tale. Questa operazione di salvaguardia fa sì che questa Parola rimanga Parola eterna, appello alla conversione di ogni Chiesa in ogni tempo.

 

6. “Tipi” di simbologia dell’Apocalisse

            Se rimane vero ciò che abbiamo appena detto, è pur necessario riuscire a capire cosa si nasconde dietro le immagini e i simboli usati dall’autore. La simbolica dell’Apocalisse presenta alcune costanti che, una volta individuate, ci facilitano nel lavoro. Noi ci limiteremo a elencare le varie “tipologie di simboli” presentandone alcuni più “famosi”.

 

  1. Il simbolismo cosmico .Si parla ripetutamente di stelle, luna, sole, cielo. Evoca una dimensione di trascendenza.Questo genere di simbolismo mira a evidenziare l’incidenza determinante della trascendenza nell’esperienza storica degli uomini.
  2. Il simbolismo zoomorfo. Il Signore Gesù viene rappresentato con la figura dell’ “Agnello immolato” (5,6) e il maligno come un “drago” (12,3) al cui servizio ci sono due “mostri” che escono dal mare (13,1.11) cioè le “strutture di potere economico – politico al servizio del male. Con questi simboli si vuole indicare una realtà trascendente che sfugge al tentativo di comprensione chiara e distinta da parte dell’uomo. (Ecco il messaggio: nonostante l’uomo si trovi “immerso in questa nebbia”, il corso della storia avrà un esito positivo per la vittoria conseguita, inaspettatamente, “dall’Agnello immolato” (19,11.16) anche se nel frattempo le forze del male condannate alla sconfitta (12,11) sembrano prevalere). (11,10).
  3. Il simbolismo cromatico. Anche i colori rientrano in questo gioco di simboli proprio per la capacità che svolgono in quanto colore, influendo cioè sulla sensibilità visiva del lettore. Il bianco evoca il bene, la realtà propria del Risorto, il nero il carattere oscuro, negativo ecc…
  4. il simbolismo aritmetico. L’uso dei numeri rappresenta certamente una delle chiavi essenziali per l’interpretazione del libro. L’autore, Giovanni, ne fa un uso abbondante. Prima ancora di ogni tentativo di interpretazione bisogna dire che essi non hanno una valenza quantitativa, quanto piuttosto qualitativa. L’autore usando il linguaggio numerico vuole esprimere una valutazione qualitativa delle realtà descritte.Il numero 7 verrà usato per dire pienezza, perfezione, totalità. Così la sua metà (3,5) esprimerà parzialità (con valore positivo di tempo definito (che finirà) (cf. 11,3; 12,6), oppure negativo di fallimento a cui sono sottoposte le forze del male (cf. 6,11; 20,3). La parzialità riferita al tempo (3,5 anni) è anche espressa attraverso i giorni (1260) o i mesi (42).

Anche i “famosi” centoquarantaquattromila (cf. 14,1-5) indica l’identità del popolo di Dio ed è la risultante della moltiplicazione tra il 12 (dodici tribù di Israele) e il 12 (dodici apostoli) e il 1000 (indica il tempo della storia dell’uomo dove Dio e Gesù si sono fatti già presenti in essa. Anche questo 1000 non ha valore di quantità).

 

            7. L’autore

Prima di dedicare un’ultima fatica a presentare in sintesi la struttura del libro, spendiamo giusto poche parole per l’autore che si presenta all’inizio dell’opera con il nome di Giovanni (cf. 1,1.4.9).

I dati interni a nostra disposizione non ci aiutano ad identificare questo Giovanni. Nessun elemento esplicito lo identifica con l'apostolo, l'evangelista, il figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo; ma non troviamo neppure espliciti elementi che contraddicano questa identificazione. Sicuramente c'è unità di ambiente e di origine in cui sono nate le diverse opere che vanno “sotto il nome di Giovanni”.

L’ipotesi più probabile è che ci sia un unico ambiente d'origine (una comunità) in cui sono nate, in momenti diversi e con intenti e sfumature diverse, le varie opere giovannee.

            Al di là di queste considerazioni, ciò che ci sembra importante è che l’autore si consideri un profeta che ha ricevuto da Dio alcune rivelazioni di vitale importanza da comunicare alle sue comunità, invitandole, così, alla conversione. Il compito che Dio gli affida è quello di incoraggiarle alla fedeltà nella sequela dell’Agnello immolato e a mantenere viva la speranza nonostante le avversità.

 

8. La trama narrativa

La prima: la vicenda di Ap 1-3 è ambientata sull’isola di Patmos dove Giovanni dice di essersi trovato «per la parola di Dio e la testimonianza di Gesù» (Ap 1,9). Dal primo versetto del cap. 4 vi è, infatti, un cambio di scena: la vicenda si trasferisce in cielo dove Giovanni è invitato a salire e a entrare attraverso la porta aperta che gli è apparsa. “Poi vidi:ecco, una porta era aperta nel cielo….” (4,1). (Da Patmos, al cielo; due ambienti talmente diversi da evidenziare in 4,1 un salto nella narrazione).

La seconda: i primi tre capitoli s'interessano alle 7 Chiese d'Asia (pregi e difetti; vizi e virtù).      Dai cap. 4-22: si passa dalle comunità particolari (7 chiese) alla Chiesa universale (in 7,9-17: folla innumerevole i cui membri vengono da ogni popolo, tribù e lingua).